Graffiti
Il graffitismo (in inglese Graffiti Writing o semplicemente Writing),
è una manifestazione sociale e culturale diffusa in tutto il pianeta,
basata sull'espressione della propria creatività tramite interventi
pittorici sul tessuto urbano, frequentemente considerati atti vandalici e
puniti secondo le leggi vigenti. Talvolta è correlato ad essa l'atto
dello scrivere il proprio nome d'arte (tag) diffondendolo come fosse un
logo. Il fenomeno, ricordando la pittura murale (murales - disegni su muro), è da alcuni ad essa accostato, poiché numerosi graffitisti (in inglese writer) imbrattano,spesso impunemente, mezzi pubblici o edifici di interesse storico e artistico.
Ogni graffitaro, qualsiasi sia la sua inclinazione e provenienza, ricerca e studia un'evoluzione personale, per arrivare ad uno stile proprio in modo tale da distinguersi dagli altri ed essere elogiato maggiormente.
Sebbene le sue origini si possono far risalire all'abitudine dei soldati alleati nel corso degli anni quaranta di disegnare lo scarabocchio Kilroy, il graffitismo nasce a Filadelfia (in inglese Philadelphia) nei tardi anni sessanta sui treni e si sviluppa in seguito a New York negli anni settanta fino a raggiungere una prima maturità stilistica a metà degli anni ottanta.
TAKI 183 è un writer dei primi anni '70 che, insieme a Rammellzee, apre la strada al graffitismo ed allo sviluppo dell'Aerosol-art a New York. Un esempio italiano è Carlo Torrighelli, meglio noto come C.T. (1909-1983), che opera a Milano sempre negli anni '70, nella zona di Parco Sempione.
Nel 1972-75 appaiono i primi "pezzi", rappresentanti inizialmente una semplice evoluzione delle firme, divenute più grandi, più spesse e con i primi esempi di riempimento e di contorno (outline). Ben presto, anche se un pezzo aveva bisogno di molto spray (due o più bombolette) che avrebbero permesso di fare molte tag, tutti i writer raccolsero la sfida lanciata da Super Kool 223 e cominciarono a fare pezzi. Iniziarono le prime repressioni e le campagne contro il graffitismo. Le carrozze della metro vengono pulite e lavate, si mettono taglie sui writers, si recintano i depositi della metro (luoghi preferiti per l'azione) e si piazzano pattuglie cinofile lungo le recinzioni. Nonostante ciò tra i graffitisti c'era una continua sfida, che portò all'evoluzione ed al miglioramento qualitativo del fenomeno, che prese ad ampliarsi. Alcuni writer inventarono nuovi stili (come loop o nuvole) o perfezionarono quelli già esistenti, aggiungendo sfondi, grazie di provenienza tipografia, personaggi di cartoni animati (puppets) e forme prese dalla segnaletica stradale o dalla logotipia. I pezzi si ingrandirono top-to-bottom wholecar, diventando più elaborati e colorati Wild Style.
Nei primi anni ottanta, anche grazie alla realizzazione di Style Wars (documentario sui graffiti della metropolitana newyorchese) e del film Wild Style, il fenomeno graffiti si diffuse su scala mondiale, trovando in Europa un fertile terreno.
Arte o vandalismo?
La pratica dei murales è percepita dalla società come una vera e propria piaga: attività che lede il decoro delle città e dei patrimoni artistici.
I writers, in quanto deturpatori di proprietà pubbliche e private, vengono comunemente definiti“vandali”. Alcune persone ritengono, invece, si debba distinguere tra semplici imbrattatori e veri e propri artisti.
I writers, a prescindere dalla complessità delle loro opere, sono invece convinti di appartenere a una categoria distinta: quella dei nuovi artisti.
Così come nell’antichità l’uomo primitivo graffiava le grotte, oggi i writers consumano bombolette sui muri urbani. Poco è cambiato, a conti fatti.
I murales, o i graffiti in generale, sono da sempre un mezzo di comunicazione di massa che consente di gridare, seppur in silenzio e a costo zero, le verità di gruppi di persone.
Da un punto di vista sociologico, le ragioni che spingono i writers a “imbrattare” beni altrui sono:
1. voglia di evadere, magari rappresentando mondi fantastici;
2. voglia di colorare, quindi dare vita alle grigie città;
3. voglia di scuotere le coscienze umane e di interrompere la frenesia del mondo, sempre in corsa contro il tempo;
4. necessità di protestare contro una società ricca di contraddizioni, in cui spesso il potere si serve del diritto per reprimere le minoranze e portare avanti l’ideologia del momento.
I writers non accettano, inoltre, che la società preservi e promuova i graffiti del neolitico o gli affreschi egizi e non le loro opere creative. Sono convinti che anche i semplici scarabocchi o simbolisiano espressioni artistiche pregne di significato.
In sociologia, si tende ad accomunare i murales ai cartelloni pubblicitari in termini di impatto visivo e contenutistico. L’unica differenza risiederebbe nello scopo sotteso: inviare un messaggio gratuito, nel primo caso, e perseguire uno scopo di lucro nel secondo.
Tuttavia, se è vero che l’arte non deve essere ostacolata, è anche vero che non può essere imposta. L’arte deve essere ricercata in base alle proprie attitudini e al proprio gradimento.
La cosa che aggrava il quadro è che tutto ciò avviene a spese altrui, in quanto i costi per il recupero dei beni deturpati grava su chi “subisce” questa forma d’arte.
Poco allettante sarebbe per chiunque l’idea di svegliarsi al mattino e trovare un proprio bene imbrattato, soprattutto se dietro a esso si celano le fatiche e i risparmi di una vita. L’arte è anche rispetto per gli altri.
Senza poi parlare dei casi in cui neo-espressioni artistiche vengono impresse su opere d’arte preesistenti. Deturpare l’arte con la propria “creatività” è una grossa forma di inciviltà, e questo cozza con il concetto di artista.
Si esige democrazia, ma se ne contraddicono quotidianamente i presupposti. Con questo atteggiamento, però, ciascuno resterà saldamente arroccato sulle proprie posizioni.
Se è davvero il dialogo che si vuole, si faccia di tutto per renderlo costruttivo.
In una società civile, si devono contemperare due opposte esigenze: il diritto di esprimersi liberamente, senza che vengano ostacolate le proprie manifestazioni artistiche, e il diritto di scegliere se accettare o meno la presenza dell’altrui arte, magari a scapito della proprietà privata o del bene pubblico.
Concetto da tener presente è che, la libertà di ciascuno finisce laddove inizia la libertà altrui. Solo in questo modo si delimitano reciproci spazi di libertà, equipollenti gli uni agli altri.
Quando il buonsenso non consente a ciascuno di capire fin dove ci si può spingere senza violare il precetto del “non danneggiare gli altrui diritti” [1], interviene la legge ponendo dei paletti all’arbitrio umano.
Per rendere meno rigidi questi confini è necessario giungere a un compromesso.
Si potrebbero adibire zone ad hoc, come si fa ormai in molte città del mondo. Questo punto accende però grosse polemiche, in quanto i writers ritengono che tale soluzione costituisca un’ennesima forma di imposizione proveniente dallo Stato. È quasi come se li si volesse ghettizzare.
Senza un atteggiamento di apertura non si approderà mai da nessuna parte.
Non è giusto reprimere l’arte come non lo è costringere i privati e le amministrazioni, quindi indirettamente i cittadini, a sostenere ingenti spese per il recupero dei beni violentati!
Una soluzione potrebbe rinvenirsi proprio nel codice penale [2], con riferimento al concetto diconsenso dell’avente diritto.
Questa causa di esclusione della responsabilità prevede che chi è titolare di un diritto, del quale può disporre, ha la possibilità di rinunciare alla tutela dello stesso. Per cui se al proprietario di un edificio piace l’idea di un murales sulla facciata di casa potrebbe autorizzare un writer a dare sfogo alla sua creatività su di essa.
Tuttavia, vivendo in una società civile, anche il proprietario esclusivo di un bene deve attenersi ad alcune regole. In particolare, dovrà rispettare i vincoli imposti da un eventuale “piano del colore”[3] o da un “regolamento condominiale”.
Superato il problema dei regolamenti, e compatibilmente con essi, potrebbe anche trovarsi un punto di incontro e, perché no, magari riuscire a riproporre il modello offerto dalla “Perla del Tirreno”,Diamante: connubio perfetto tra arte e decoro.
Ma questo non saremo noi a deciderlo, perlomeno in questa sede. Ai posteri, dunque, l’ardua sentenza!
[1] Principio del “Neminem laedere”: non danneggiare nessuno.
[2] Art 50 c.p.
[3] Il piano del colore è un regolamento comunale che indica i criteri da seguire e cui uniformarsi per garantire una valorizzazione cromatica del complesso urbano, in un’ottica di insieme.
(“La Legge per Tutti” è un portale che spiega e traduce, in gergo non tecnico, la legge e le ultime sentenze, affinché ogni cittadino possa comprenderle. I contenuti di queste pagine sono liberamente utilizzabili, purché venga riportato anche il link e il nome dell’autore).
Sito amministrato dallo Studio Legale Avv. Angelo Greco (www.avvangelogreco.it). Nell’ambito del diritto civile, svolge consulenza alle imprese, diritto della rete e diritto d’autore, diritto dei consumatori, privacy, procedure espropriative.
Come la pensiamo noi:
Claudia:in primis, bisogna distinguere chi lo fa per passione ed é un artista da chi imbratta i muri come per sport.
Personalmente, da writer, non la vedo come una forma di vandalismo ma come una forma di arte, di libera espressione.
Erika:io personalmente penso che siano qualcosa di spettacolare,mi piacciono molto e non sempre i graffiti si possono considerare come un atto di vandalismo.
Francesca: mi piacciono molto e penso che non siano un atto di vandalismo ma di arte e di passione.
Ogni graffitaro, qualsiasi sia la sua inclinazione e provenienza, ricerca e studia un'evoluzione personale, per arrivare ad uno stile proprio in modo tale da distinguersi dagli altri ed essere elogiato maggiormente.
Origini del graffitismo
TAKI 183 è un writer dei primi anni '70 che, insieme a Rammellzee, apre la strada al graffitismo ed allo sviluppo dell'Aerosol-art a New York. Un esempio italiano è Carlo Torrighelli, meglio noto come C.T. (1909-1983), che opera a Milano sempre negli anni '70, nella zona di Parco Sempione.
Nel 1972-75 appaiono i primi "pezzi", rappresentanti inizialmente una semplice evoluzione delle firme, divenute più grandi, più spesse e con i primi esempi di riempimento e di contorno (outline). Ben presto, anche se un pezzo aveva bisogno di molto spray (due o più bombolette) che avrebbero permesso di fare molte tag, tutti i writer raccolsero la sfida lanciata da Super Kool 223 e cominciarono a fare pezzi. Iniziarono le prime repressioni e le campagne contro il graffitismo. Le carrozze della metro vengono pulite e lavate, si mettono taglie sui writers, si recintano i depositi della metro (luoghi preferiti per l'azione) e si piazzano pattuglie cinofile lungo le recinzioni. Nonostante ciò tra i graffitisti c'era una continua sfida, che portò all'evoluzione ed al miglioramento qualitativo del fenomeno, che prese ad ampliarsi. Alcuni writer inventarono nuovi stili (come loop o nuvole) o perfezionarono quelli già esistenti, aggiungendo sfondi, grazie di provenienza tipografia, personaggi di cartoni animati (puppets) e forme prese dalla segnaletica stradale o dalla logotipia. I pezzi si ingrandirono top-to-bottom wholecar, diventando più elaborati e colorati Wild Style.
Nei primi anni ottanta, anche grazie alla realizzazione di Style Wars (documentario sui graffiti della metropolitana newyorchese) e del film Wild Style, il fenomeno graffiti si diffuse su scala mondiale, trovando in Europa un fertile terreno.
Arte o vandalismo?
La pratica dei murales è percepita dalla società come una vera e propria piaga: attività che lede il decoro delle città e dei patrimoni artistici.
I writers, in quanto deturpatori di proprietà pubbliche e private, vengono comunemente definiti“vandali”. Alcune persone ritengono, invece, si debba distinguere tra semplici imbrattatori e veri e propri artisti.
I writers, a prescindere dalla complessità delle loro opere, sono invece convinti di appartenere a una categoria distinta: quella dei nuovi artisti.
Così come nell’antichità l’uomo primitivo graffiava le grotte, oggi i writers consumano bombolette sui muri urbani. Poco è cambiato, a conti fatti.
I murales, o i graffiti in generale, sono da sempre un mezzo di comunicazione di massa che consente di gridare, seppur in silenzio e a costo zero, le verità di gruppi di persone.
Da un punto di vista sociologico, le ragioni che spingono i writers a “imbrattare” beni altrui sono:
1. voglia di evadere, magari rappresentando mondi fantastici;
2. voglia di colorare, quindi dare vita alle grigie città;
3. voglia di scuotere le coscienze umane e di interrompere la frenesia del mondo, sempre in corsa contro il tempo;
4. necessità di protestare contro una società ricca di contraddizioni, in cui spesso il potere si serve del diritto per reprimere le minoranze e portare avanti l’ideologia del momento.
I writers non accettano, inoltre, che la società preservi e promuova i graffiti del neolitico o gli affreschi egizi e non le loro opere creative. Sono convinti che anche i semplici scarabocchi o simbolisiano espressioni artistiche pregne di significato.
In sociologia, si tende ad accomunare i murales ai cartelloni pubblicitari in termini di impatto visivo e contenutistico. L’unica differenza risiederebbe nello scopo sotteso: inviare un messaggio gratuito, nel primo caso, e perseguire uno scopo di lucro nel secondo.
Tuttavia, se è vero che l’arte non deve essere ostacolata, è anche vero che non può essere imposta. L’arte deve essere ricercata in base alle proprie attitudini e al proprio gradimento.
La cosa che aggrava il quadro è che tutto ciò avviene a spese altrui, in quanto i costi per il recupero dei beni deturpati grava su chi “subisce” questa forma d’arte.
Poco allettante sarebbe per chiunque l’idea di svegliarsi al mattino e trovare un proprio bene imbrattato, soprattutto se dietro a esso si celano le fatiche e i risparmi di una vita. L’arte è anche rispetto per gli altri.
Senza poi parlare dei casi in cui neo-espressioni artistiche vengono impresse su opere d’arte preesistenti. Deturpare l’arte con la propria “creatività” è una grossa forma di inciviltà, e questo cozza con il concetto di artista.
Si esige democrazia, ma se ne contraddicono quotidianamente i presupposti. Con questo atteggiamento, però, ciascuno resterà saldamente arroccato sulle proprie posizioni.
Se è davvero il dialogo che si vuole, si faccia di tutto per renderlo costruttivo.
In una società civile, si devono contemperare due opposte esigenze: il diritto di esprimersi liberamente, senza che vengano ostacolate le proprie manifestazioni artistiche, e il diritto di scegliere se accettare o meno la presenza dell’altrui arte, magari a scapito della proprietà privata o del bene pubblico.
Concetto da tener presente è che, la libertà di ciascuno finisce laddove inizia la libertà altrui. Solo in questo modo si delimitano reciproci spazi di libertà, equipollenti gli uni agli altri.
Quando il buonsenso non consente a ciascuno di capire fin dove ci si può spingere senza violare il precetto del “non danneggiare gli altrui diritti” [1], interviene la legge ponendo dei paletti all’arbitrio umano.
Per rendere meno rigidi questi confini è necessario giungere a un compromesso.
Si potrebbero adibire zone ad hoc, come si fa ormai in molte città del mondo. Questo punto accende però grosse polemiche, in quanto i writers ritengono che tale soluzione costituisca un’ennesima forma di imposizione proveniente dallo Stato. È quasi come se li si volesse ghettizzare.
Senza un atteggiamento di apertura non si approderà mai da nessuna parte.
Non è giusto reprimere l’arte come non lo è costringere i privati e le amministrazioni, quindi indirettamente i cittadini, a sostenere ingenti spese per il recupero dei beni violentati!
Una soluzione potrebbe rinvenirsi proprio nel codice penale [2], con riferimento al concetto diconsenso dell’avente diritto.
Questa causa di esclusione della responsabilità prevede che chi è titolare di un diritto, del quale può disporre, ha la possibilità di rinunciare alla tutela dello stesso. Per cui se al proprietario di un edificio piace l’idea di un murales sulla facciata di casa potrebbe autorizzare un writer a dare sfogo alla sua creatività su di essa.
Tuttavia, vivendo in una società civile, anche il proprietario esclusivo di un bene deve attenersi ad alcune regole. In particolare, dovrà rispettare i vincoli imposti da un eventuale “piano del colore”[3] o da un “regolamento condominiale”.
Superato il problema dei regolamenti, e compatibilmente con essi, potrebbe anche trovarsi un punto di incontro e, perché no, magari riuscire a riproporre il modello offerto dalla “Perla del Tirreno”,Diamante: connubio perfetto tra arte e decoro.
Ma questo non saremo noi a deciderlo, perlomeno in questa sede. Ai posteri, dunque, l’ardua sentenza!
[1] Principio del “Neminem laedere”: non danneggiare nessuno.
[2] Art 50 c.p.
[3] Il piano del colore è un regolamento comunale che indica i criteri da seguire e cui uniformarsi per garantire una valorizzazione cromatica del complesso urbano, in un’ottica di insieme.
(“La Legge per Tutti” è un portale che spiega e traduce, in gergo non tecnico, la legge e le ultime sentenze, affinché ogni cittadino possa comprenderle. I contenuti di queste pagine sono liberamente utilizzabili, purché venga riportato anche il link e il nome dell’autore).
Sito amministrato dallo Studio Legale Avv. Angelo Greco (www.avvangelogreco.it). Nell’ambito del diritto civile, svolge consulenza alle imprese, diritto della rete e diritto d’autore, diritto dei consumatori, privacy, procedure espropriative.
Come la pensiamo noi:
Claudia:in primis, bisogna distinguere chi lo fa per passione ed é un artista da chi imbratta i muri come per sport.
Personalmente, da writer, non la vedo come una forma di vandalismo ma come una forma di arte, di libera espressione.
Erika:io personalmente penso che siano qualcosa di spettacolare,mi piacciono molto e non sempre i graffiti si possono considerare come un atto di vandalismo.
Francesca: mi piacciono molto e penso che non siano un atto di vandalismo ma di arte e di passione.



Commenti
Posta un commento